Il senso dell’individualità della persona disabile nei servizi sociosanitari

Come pensare all’individuo disabile come persona? Come affrontare la valutazione delle sue risorse e fornire risposte emancipatorie piuttosto che compensative? Come favorire la sua espressività, superando l’offerta di servizi e procedure standardizzate e spersonalizzanti?

Nonostante molte convinzioni radicate nel senso comune, le definizioni che riducono il soggetto portatore disabilità alla sua specifica condizione fisiopatologica costituiscono una generalizzazione priva di senso; in generale, cercare di definire le caratteristiche comportamentali di un individuo a partire  dalla condizione di sintomatologia o malattia, parlando “del diabetico, dell’ipercinetico, dell’autistico“, oltre ad essere una scorrettezza sul piano della scienza prima ancora che dell’etica, non dice molto della specificità del comportamento o della personalità dell’individuo considerato. Quante volte gli operatori si orientano a ‘leggere’ le caratteristiche di un dato individuo facendo riferimento a nozioni generalizzanti apprese sulla base di studi statistici (“è proprio un bambino Down” oppure “è un epilettico”)? Le definizioni e i tratti che vengono attribuiti a queste tipologie, definite sulla base di una generalizzazione del deficit o della malattia, rendono difficile un corretto inquadramento, e di conseguenza una adeguata presa in carico della persona nella sua specificità.
Un clamoroso errore della medicina del secolo scorso esemplifica le distorsioni di questo modo di procedere: era stato attribuito un ‘carattere epilettico’ agli individui che presentavano sintomatologie epilettiformi (Minkowska, nel 1932, indicava una “personalità epilettica” che appariva caratterizzata da egocentrismo, ipocondria, religiosità “bigotta” ed aggressività); poi, in base a successive ricerche più rigorose, questo ‘carattere’ è stato considerato frutto non della malattia in sé, ma della “esistenza di strutture di carattere diverse, determinate dalla propria esperienza personale, dalla capacità di instaurare rapporti interpersonali, dalla maggiore o minore capacità di accettare il fenomeno per quello che è e dal tipo di epilessia caratteristica del soggetto”[1]; tra le condizioni che avevano determinato le distorsioni vi era stata ad esempio la pratica del ricovero degli individui epilettici all’interno di istituti.

Difficoltà nella valutazione
Nelle valutazioni psicologiche e sociali condotte sulla persona con disabilità risultano riduttive le descrizioni che colgono come caratteristici e preminenti gli aspetti deficitari dell’individuo, con riferimento alle competenze che in un dato momento egli non possiede o alle performance che non manifesta. Ogni persona si caratterizza per la composizione di diversi aspetti (sesso, gruppo sociale, professione, vita familiare, lingua, cultura, credenze politiche e religiose) che costruiscono nel corso dello sviluppo il suo repertorio potenziale di capacità; nel caso della persona con disabilità tale sviluppo può essere fortemente condizionato dalle limitazioni della possibilità di sperimentare e produrre un repertorio di esperienze personali, sociali e culturali. Tali limitazioni sono dovute non solo a impedimenti neurofisiologici oggettivi, ma anche a fattori legati al contesto di vita.
Il fatto di essere identificato continuamente con il proprio deficit – paraplegia, sordità, cecità ecc…- contribuisce a mortificare la possibilità di sviluppo del repertorio potenziale dell’individuo, a partire dalle relazioni interpersonali dei primi anni di vita.
Per acquisire una corretta valutazione delle competenze dell’individuo con disabilità, correggendo le distorsioni sopra accennate, la classificazione internazionale proposta dall’OMS nel 2001 (ICF) ha posto in primo piano l’identificazione degli elementi di ‘funzionamento’, e il ruolo -ad essi correlato- dei fattori ambientali e sociali.
Tuttavia la dimensione personale non è ancora oggi generalmente tenuta nella considerazione che merita nelle relazioni professionali con gli individui portatori di disabilità e nell’offerta di servizi e politiche sociali ad essi relative.  Si parla -ormai da anni- della centralità del Progetto di Vita, che ha trovato notevole espressione con la Legge 22 giugno 2016, n. 112; ma spesso si continua ad operare attraverso la proposta di Servizi e procedure standardizzate.  La presa in carico ‘sociale’ della persona con disabilità raramente avviene attraverso un percorso di conoscenza e valutazione dei suoi bisogni e delle sue risorse, e le proposte formulate dagli operatori sociali sono sovente commisurate (e modellate) alla disponibilità di risposte nei Servizi prestabiliti.[2]

Orientamenti per il trattamento
La questione di fondo di ogni programma educativo o sociale è di natura culturale, e consiste nel sapere se l’individuo portatore di deficit è posto nelle condizioni di comprendere il contesto in cui si trova, di assumere consapevolezza della propria unicità e delle proprie abilità al di là del deficit, per sapersi accettare e sentirsi compreso nelle relazioni con il proprio contesto come ‘persona’.
Quando un individuo continua ad essere considerato principalmente con riferimento ai suoi deficit, finisce per introiettare questa condizione quale elemento caratterizzante la sua personalità, identificandosi con quest’unica dimensione. Impara così, attraverso l’esperienza quotidiana, le strategie più semplici per mantenere le relazioni fondamentali di cui ha bisogno, sul piano materiale e anche affettivo-relazionale. Cerca così di comportarsi come gli altri guardano a lui, assumendo come propria la prospettiva di uno sguardo esteriore che viene introiettato e diventa col tempo un modello interno di riferimento.
Questo processo impedisce lo sviluppo di altri aspetti potenziali della sua personalità, e rischia di rendere la persona scarsamente capace di attivarsi con le proprie risorse in contesti nuovi e diversi dalla routine. In questo modo si determina un drammatico limite allo sviluppo personale, prodotto dall’interazione con il contesto disabilitante, che può condurre l’individuo ad una sostanziale marginalità sociale, fino a possibili evoluzioni psicopatologiche. Infatti è ancor oggi carente, per le persone con disabilità intellettiva, l’accessibilità a Servizi in grado di svolgere interventi basati su competenze psicologiche e dotati all’occorrenza di approcci psicoterapeutici adeguati. In particolare per i casi di persone con disabilità che manifestano disturbi psichici si verifica di frequente il rinvio dall’uno all’altro dei vari Centri, da quelli per la salute mentale alla riabilitazione psichiatrica o a quelli per la disabilità, spesso senza rapporti tra loro sufficientemente adeguati.

I Servizi per le persone con disabilità sono ancora in molti casi impostati “nel segno del deficit”, tengono conto soprattutto delle minorazioni e dei limiti e cercano di ‘colmare le lacune’ attraverso interventi mirati a incrementare le loro abilità prestazionali.
In tali Servizi, di frequente, le persone con disabilità si trovano di fronte a compiti di ‘apprendimento’, con la riproposizione per anni (se non decenni) di un modello culturale e relazionale improntato a quello della scuola.
La carenza di autonomia tende a produrre una dipendenza della persona con disabilità dalle figure di accudimento o di riferimento; nel rapporto con gli operatori si strutturano così modelli improntati alla relazione del bambino coi genitori. La persona viene di conseguenza infantilizzata, limitandone l’accesso a dimensioni di adultità e l’espressività si riduce ad una gamma elementare di contenuti, che nel tempo tendono a proporsi in forme tendenzialmente stereotipate. L’individuo disabile può in tal modo assumere un ruolo definito e ottenere anche un discreto riconoscimento da parte di chi interagisce con lui, pagando però il prezzo di comprimere lo sviluppo e l’espressione della propria soggettività.

Che fare?
Per evitare questa china, nel contesto dei Servizi socioeducativi, l’intervento sociale ed educativo dovrebbe sempre più realizzarsi attraverso un accompagnamento della persona a sperimentare situazioni variegate, favorendo molteplici esperienze e l’acquisizione, da parte del soggetto, di un maggiore controllo sul proprio percorso di vita.
Tale impostazione, che si realizza necessariamente in un contesto di inclusione sociale, dovrebbe costituire un orientamento comune a tutte le forme che assumono interventi sociali, educativi e clinici dedicati alla persona disabile: da quelle della domiciliarità a quelle dei centri diurni, fino alla residenzialità, indirizzate tutte a favorire l’emersione dell’individualità del soggetto nella propria specifica identità, in un percorso di incontro e confronto con gli altri individui e di rapporto dialettico nei gruppi familiari, amicali e istituzionali.


[1] Harnic D., Hadjichristos C., Hadjichristos A., Caratterialità epilettica, 2016 https://www.sipsi.info/2016/09/12/caratterialita-epilettica/

[2] Maria Turati, Servizio sociale e personalizzazione dei servizi, dicembre 2020, http://www.lombardiasociale.it/2020/12/13/servizio-sociale-e-personalizzazione-dei-servizi/?doing_wp_cron=1612699716.2367188930511474609375

Articolo pubblicato su Scambi di Prospettive Sociali e Sanitarie il 16 febbraio 2021

Attività a distanza: una scoperta, non un semplice ripiego

Una riflessione sui contatti online con persone
con disabilità intellettiva in una Cooperativa Sociale

L’improvvisa interruzione della frequenza dei Centri, Servizi e Laboratori, occorsa a fine febbraio a seguito dell’epidemia Covid-19, ha drammaticamente esposto all’isolamento e al disorientamento tutti i nostri fruitori, le loro famiglie, così come gli operatori. La paralisi e lo sbigottimento hanno però presto lasciato spazio alla ricerca e all’intraprendenza: a partire dal filo del telefono, ciascuno si è mosso per tenersi in contatto con gli amici, gli educatori, i parenti non conviventi.

Anche il gruppo dei coordinatori si è presto riorganizzato, grazie alla rete internet e, dopo aver lanciato a tutti i fruitori un caloroso videomessaggio di saluto e di vicinanza, ha svolto un’indagine a tappeto per conoscere le dotazioni informatiche e le capacità di usarle, sia da parte degli utenti che dei familiari. Questa iniziativa (mai pensata prima!)  è stata l’occasione di una stupefacente scoperta, che ha consentito la programmazione di una complessa e articolata serie di attività a distanza. Infatti, su 109 interpellati (l’87% dei quali vive in famiglia) 93 sono risultati disponibili al collegamento online, il 65% attraverso pc o portatile, gli altri con tablet (23%) o smartphone. L’80% già disponeva di una connessione wi-fi, mentre i restanti utilizzavano quella del cellulare. Inoltre, abbiamo saputo che l’85% degli utenti già utilizzava abitualmente i social (specialmente whatsapp, youtube, facebook, instagram) ed era considerato dai loro familiari “abbastanza competente” nell’utilizzarli.

Acquisiti questi dati (che fanno riflettere su quanto la tecnologia riesca a penetrare ed essere utile anche a persone con significative difficoltà intellettive) il gruppo dei coordinatori ha potuto elaborare un programma di interventi a distanza, sia individuali che per gruppi.
Sono stati appositamente creati 6 account: Instagram Fraternità e Amicizia, Instagram fea_occupazionale, Instagram fea_artistico, Instagram fea_movimento, Instagram fea_cultura, Instagram fea_psicologico. Utilizzando questi ‘canali’ gli operatori hanno potuto realizzare “dirette” di una/due ore, alternando gruppi e temi trattati (si veda ad esempio l’immagine della programmazione della settimana del 23 marzo). In queste sessioni i partecipanti hanno la possibilità di attivarsi sia attraverso la scrittura di messaggi sia tramite il videocollegamento (uno per volta) in modo da mostrarsi o presentare sul video il proprio elaborato a tutti i compagni collegati.

E’ stata inoltre utilizzata Meet, l’applicazione di videoconferenza di Google, per realizzare incontri di piccolo gruppo aperti al collegamento simultaneo di tutti i partecipanti, così da mantenere contatti stretti tra loro, realizzando attività in tutto simili a quelle svolte nelle aule o nei laboratori. Il nostro canale Youtube ha ospitato, oltre ad alcuni video a supporto delle attività, due testimonianze dei 41 educatori di sostegno impegnati con nelle scuole studenti disabili.

Non ultimo, tra le attività a distanza deve essere citata anche “Buone Voci“, la rubrica della cooperativa nata a metà di marzo per continuare con fiducia le relazioni sociali anche a distanza, superando le barriere imposte dall’emergenza. Pubblicata regolarmente fino al cuore dell’estate, nei suoi 20 numeri ha fornito informazioni, guide all’uso del web e delle migliori programmazioni televisive, segnalazione di poesie, eventi e indicazioni alla scoperta della città e del territorio limitrofo.
Per coloro che non hanno potuto fruire delle attività a distanza sono stati mantenuti contatti e sostegno attraverso incontri individuali all’aperto, nei pressi delle loro abitazioni,e attraverso l’invio periodico di materiale strutturato con indicazioni da parte degli operatori, monitorate da costanti contatti telefonici.

(pubblicato sul n° 47 de “I Sogni di Cristallo“, dic. 2020)

L’epidemia e le illusioni sul cambiamento

L’epidemia ha scosso profondamente la società e la cultura della salute. Il disorientamento ha accelerato la spinta all’innovazione. Ma le risposte permangono confuse…

Un breve scritto nel n° 40 di Prospettive Sociali e Santarie (nel 50° della Rivista) affronta il tema della spinta fornita dalla tragica esperienza del Covid al cambiamento e all’innovazione nell’ambito delle politiche sociali.

“Una cultura basata sulla potenza degli apparati tecnologici, che ha forgiato la medicina contemporanea caratterizzandola per la sua efficacia nello sconfiggere il male, quasi all’insegna dell’onnipotenza, non può reggere la disconferma proveniente da un virus imprevisto.”
Ma le risposte a tale disconferma non possono essere affidate né all’improvvisazione né alla rigida modulazione della burocrazia.

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Psicoanalisi: tra filosofia, scienza e illusioni.

Uno “scambio di vedute” pubblicato su L’Espresso

Nel giro di una settimana il settimanale ha proposto due chiavi di lettura di notevole spessore culturale e scientifico, aprendo un dibattito che ripresenta la fondamentale questione della validità scientifica della psicoanalisi e delle discipline che si occupano di salute mentale. Sono letture stimolanti, che richiamano approfonditi studi e riflessioni sull’argomento che hanno caratterizzato molti degli ultimi decenni.

Da un lato c’è la tesi del Professor Corbellini, dell’Università La Sapienza, che denuncia il proliferare di corsi di psicologia clinica e psicoterapia nei quali trovano spazio “omeopatia, biodinamica, agopuntura, medicina tradizionale cinese e psicoanalisi” sull’onda di induzioni sociali e culturali prive di adeguata contestualizzazione teorico-tecnica.

Dall’altro troviamo la tenace difesa da parte della Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Anna Maria NIcolò che richiama le ricerche che dimostrano l’efficacia della psicoanalisi nelle attività di cura dei disturbi mentali e si sofferma sui progressi intervenuti negli anni all’interno della disciplina.

Nuove emergenze, nuovi bisogni: servono nuove risposte

Una ricerca di Unicef per conoscere e includere i giovani “in ritiro”

Presentati da Unicef una ricerca e un progetto destinato ai giovani che non riescono né a studiare né ad accedere al mondo del lavoro, e rimangono in una situazione di emarginazione con gravi rischi sociali e psicologici.

Si può scaricare qui il testo della ricerca.

 

Dentro al n° 42 de “I Sogni di Cristallo”

Una breve presentazione della rivista di Fraternità e Amicizia,
di cui sono Direttore Responsabile

Un numero dedicato al viaggio come scoperta, incontro, condivisione

L’estate è per eccellenza stagione di viaggi. Il numero 42 della rivista coglie questo spunto per sviluppare riflessioni sul senso del viaggio, metafora della vita, scoperta del mondo, incontro con l’altro. E’ questo lo spirito che anima i viaggiatori ogni qualvolta si pongano al di fuori della consuetudine, del già noto, della ripetitività quotidiana.

Lo chiarisce efficacemente Marco Mancini, guida di lungo corso per gli speciali viaggiatori di Fraternità e Amicizia, nonché vice-direttore de “I Sogni di Cristallo”.

Il senso del viaggio attraversa, in modo più o meno figurato, anche molti altri contributi:

  • ‘Viaggia’ il Gruppo Narrante quando si incontra con persone nei contesti più vari, dalle scuole ai luoghi di aggregazione, fino alle università. Questi incontri stimolano a riflettere sul senso della diversità: a pagina 4
  • Viaggia’ la Redazione quando affronta il problema, drammatico, di quei ‘viaggiatori’ in fuga da guerre e violenze che vagano per il Mediterraneo alla ricerca di un ‘porto sicuro’: a pagina 3 
  • ‘Viaggiano’ -e non poco- le persone del Centro Riflessi di Vita che dedicano molto tempo alle esplorazioni culturali, artistiche e ricreative che offre la città: a pagina 6
  • E viaggiano le tante persone che scelgono i viaggi del Servizio “Le Ali della Libertà”, per fare esperienze avventurose, ricreative, culturali e sportive: alle pagine 3 e 10

Ma non solo di questo si parla:

  • la rivista contiene un inserto Speciale dedicato alle Parole del Terzo Settore
  • un box è dedicato al Premio Award per l’impegno civile e la solidarietà assegnato a Fraternità e Amicizia a Palazzo Marino lo scorso 19 maggio: a pagina 1
  • un’intervista alla dott.ssa Simona Faucitano approfondisce la tematica della formazione in ambito educativo: a pagina 5
  • un altro articolo di Marco Mancini illustra una innovativa esperienza di applicazione della Mindfulness a beneficio degli insegnantia pagina 6
  • un articolo di Roberto Cerabolini e Raffaello Arnaud completa la descrizione di un’esperienza di applicazione della tecnologia alle esigenze di un ragazzo con grave disabilità: a pagina 7 – (leggi il contributo intero apparso in due parti, n. 41 e n. 42)
  • Con un grande ringraziamento a Bruna, Fabio e Paolo, la Cooperativa ricorda l’attenzione, la cura e la dedizione che i nostri volontari offrono continuativamente alle persone dei suoi Servizi: a pagina 7
  • A pagina 8 ricordiamo lo splendido risultato della squadra di calcio nel livello promozionale della Coppa Italia

Sfoglia qui la Rivista

 

Come ci rappresentiamo le persone con disabilità intellettiva

La rappresentazione della disabilità intellettiva nel contesto delle trasformazioni dell’esperienza sociale e dei canali di comunicazione.

Tra ottimismo e celebrazioni mediatiche, la difficile realtà quotidianaprofilo-invisibile

Sono fortunatamente lontani gli anni in cui le persone con disabilità intellettiva venivano tenute in casa oppure confinate all’interno di istituzioni segreganti. La loro maggior visibilità ha prodotto nel corso degli anni due risultati significativi: da un lato nell’incontro con gli altri –che inizia dalla scuola- esse ricevono stimoli fondamentali per lo sviluppo delle loro competenze, dall’altro la comunità sociale non può ignorare la presenza di diverse abilità, che in alcune persone –peraltro disabili- raggiungono livelli di eccellenza. Superate le derive dell’atteggiamento pietistico-caritatevole di un tempo, e dell’approccio ideologico di una integrazione forzata, che tendeva a negare le differenze, negli ultimi tempi l’approccio sociale e culturale alle tematiche dell’inclusione tende a mettere in luce, con enfasi, le abilità di alcune persone disabili, dando grande risalto mediatico ai loro successi; questo ha portato in secondo piano le difficoltà tuttora esistenti nella vita di tante altre. L’interazione frequente con persone disabili ha suscitato nella comunità sociale riflessioni, interrogativi ed emozioni che trovano risposte diverse e contraddittorie: si incontrano nelle scuole, nelle vie, nei locali pubblici, nei posti di lavoro, alcune volte con comportamenti ‘convenzionali’, altre volte con atteggiamenti inusuali e bizzarri.

L’integrazione cambia anche l’approccio dei genitori di persone con disabilità intellettiva, che un tempo si rinchiudevano in un sofferente isolamento, ed ora sono chiamati a sostenere attivamente le pratiche inclusive, ed a rispondere alle molteplici difficoltà e imprevisti che si producono. In tale quadro di cambiamento gli stessi individui con disabilità riportano problematiche psicologiche derivanti dal confronto costante –e non sempre lineare- con gli altri, negli ambienti frequentati quotidianamente.

E se ne parla sempre più: è cresciuta nel tempo la quantità di scritti (libri, articoli, interviste, romanzi), di film e video-documentari dedicati alla narrazione di vari aspetti dell’esperienza delle persone con disabilità. Un tempo questa produzione era perlopiù opera di studiosi, professionisti o scrittori, mentre negli anni compaiono molte storie autobiografiche, o narrate da genitori. L’espressività delle persone con disabilità ha trovato inoltre nei nuovi media canali facilmente accessibili, notevolmente fruiti, sia pure nel contesto dispersivo tipico di questo mezzo. I Social hanno inoltre costituito una facilitazione importante per la costituzione di gruppi di scambio, discussione, rivendicazione di diritti, segnalazione di abusi; hanno concorso a ridurre le barriere che per tanto tempo hanno mantenuto isolate le persone con disabilità intellettiva. Tuttavia, la proliferazione dei canali espressivi produce frammenti di storie, narrazioni, richieste che faticano a trovare sintesi in una rappresentazione condivisa dell’esperienza dell’integrazione: qualche volta raffigurata con penose difficoltà, generatrice di emozioni depressive, altre volte decantata come ‘naturalmente’ capace di procurare felicità e successi.Immagine
Queste oscillazioni della rappresentazione sociale le leggiamo facilmente in tanti blog dedicati a queste tematiche. Recentemente ne ho trovate alcune molto eloquenti su “Invece Concita” pagina curata da Concita De Gregorio.

Francesco, padre di una persona con sindrome di Down, scrive: “i tempi si evolvono, le persone Down (con tutte le difficoltà del caso) vanno a scuola, lavorano, praticano sport e, come tutti gli altri, possono anche essere felici.

Lea si spinge oltre: “il ritardo esiste ma diventa molto ma molto gestibile. Mia figlia ha 16 anni, parla due lingue (siamo una famiglia bilingue e lei si è adeguata), ha amici, fa attività sportive, fa teatro, danza. Ha un fidanzatino come le ragazze della sua età. È una ragazzina felice e le sorelle la adorano. Siamo stati fortunati? Forse. Ma credo che essere down nel 2017 sia questo…”

Maria, da sorella, esprime un punto di vista diverso: “Quando ho letto la lettera di Francesco ho provato profonda gioia per la sua Giulia, per tutte le cose che riesce a fare. È la stessa gioia che vedo in tutti i servizi televisivi che si occupano delle persone Down. Purtroppo, questo mi preme dire, non è sempre così …per quanti sforzi i genitori abbiano fatto, i loro figli con la sindrome di Down riescono a fare sport, o a lavorare o a coltivare le loro passioni.”  E si domanda perché la sorella “non parla se in televisione vediamo i Down fare cose straordinarie? … non so se Anna, come Giulia, sia felice di vivere: non ho i termini per chiederglielo, né lei ha le parole per esprimerlo.”

Isabella Piersanti presenta il suo libro autobiografico (Da piccola ero Down) affermando che: “…avere una figlia con la sindrome di Down non è un dramma. Che non significa non essere più felici, anche se resterà Down per sempre. Che, sì, ci saranno difficoltà ma anche tante risate e che si riceverà un amore incondizionato, puro, totale che è difficile sperimentare in altre condizioni”.

Si può comprendere il bisogno dei genitori, e anche degli operatori, di sottolineare i progressi ottenuti dall’estendersi di pratiche inclusive, e dalla possibilità offerta a molte persone con disabilità di accedere ai luoghi della formazione, della cultura, del lavoro, dello sport e perfino dello spettacolo.

L’importante è non fermarsi a questo aspetto, che rappresenta solo una porzione di questo segmento di mondo, trascurando la fatica e il dolore che quotidianamente toccano la vita di molte di queste persone, e dei loro familiari, coinvolgendo anche amici e compagni. È soprattutto sul piano dell’attività e dell’intraprendenza personale che si può misurare la realizzazione di una persona, disabile o no che sia. Perché la disabilità, come ha felicemente definito una persona che la vive quotidianamente, “è quando gli altri decidono per te”.

L’articolo è pubblicato su “I Sogni di Cristallo” n. 39
http://www.youblisher.com/p/1882296-I-Sogni-di-Cristallo-n-39-Ottobre-2017/ 

Stress, crisi dell’identità maschile e intervento psicologico

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La crisi dell’identità maschile, le trasformazioni sociali in atto nella società americana (e non solo) e le difficoltà culturali che ostacolano molti uomini nel prendere atto delle mutate condizioni, costituiscono un contesto favorevole allo sviluppo di forme nuove di malessere e sofferenza psichica, con conseguenze fisiche e sociali, di fronte alle quali gli strumenti tradizionali d’intervento psicologico risultano scarsamente efficaci.
L’articolo di Kirsten Weir illustra la riflessione in atto nell’ambito dell’Associazione degli Psicologi Americani (A.P.A) alla ricerca di nuove prospettive d’intervento che ponga le competenze degli psicologi al servizio di indirizzi innovativi degli interventi sociali.

Leggi l’articolo…

Vedi anche: La condizione maschile oggi: verso le “quote azzurre”?